19, 20 e 21 ottobre 2021 - scuole dell'infanzia

IL Più FURBO
Disavventure di un incorreggibile lupo

Il più furbo è tratto dall’opera di Mario Ramos, acclamato autore di libri illustrati per i piccoli. Un piccolo gioiello, un concentrato di leggerezza e d’ironia che fa ridere e pensare piccoli e grandi. Il lupo protagonista di questa storia, suscita una simpatia sincera perché a fronte della sua declamata presunzione “io sono il più furbo”, si dimostra, nei fatti, sgraziato e goffo. È così che si dispiega un mondo sorprendente, dove la dimensione favolistica e quella realistica s’incontrano e si scontrano producendo un irresistibile effetto comico. Nel folto del bosco un Lupo affamato incontra la piccola Cappuccetto Rosso e subito elabora (dopotutto lui è il più furbo) un diabolico piano per mangiarsela. Mentre si avvicina alla casa della nonna pregusta già il pranzetto: sarà uno scherzo da ragazzi divorarsele entrambe... Sembra l’inizio della favola che tutti conosciamo, almeno finché il Lupo (che si crede davvero il più furbo) non infila la camicia da notte della nonna con

Una produzione Teatro Giocovita

dall’opera di Mario Ramos
adattamento teatrale Enrica Carini, Fabrizio Montecchi
regia e scene Fabrizio Montecchi
con Andrea Coppone / Andrea Lopez Nunes
sagome Nicoletta Garioni, Federica Ferrari (dai disegni di Mario Ramos)
musiche Paolo Codognola
coreografie Andrea Coppone
costumi Tania Fedeli
luci Anna Adorno

tanto di cuffietta d’ordinanza, ed esce di casa... rimanendo chiuso fuori! Così conciato, e in attesa di elaborare un nuovo geniale piano, al Lupo (che ancora si crede il più furbo) non rimane che nascondersi nel bosco. Ma il bosco, ahimè, è un luogo molto frequentato, soprattutto dai personaggi delle fiabe, e il nostro Lupo fa imbarazzanti incontri (i Tre Porcellini, i Sette Nani, etc.) che mettono fortemente in crisi la sua vanità. Povero lupo! Tutti, invece di avere paura di lui, lo scambiano per un’innocua vecchietta. Per fortuna Cappuccetto Rosso è una bambina molto gentile e viene in suo aiuto. E lui che pensava di essere il più furbo! Tutti i personaggi che incontra non fanno che rivelare le sue debolezze e farne un carattere molto umano. Dalle disavventure di questo lupo usciamo con la gioiosa convinzione che la vita, nonostante tutto quello che ci può accadere, possa essere comunque un’avventura meravigliosa.

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16 novembre 2021 - scuole secondarie di secondo grado

LA NAVE DOLCE

Tre voci - quella di chi si mette in viaggio, quella di chi accoglie, quella di chi guarda - e una storia. Tre lingue: un idioma italo-albanese - il viaggio, le attese, l’approdo - un idioma italopugliese - la coscienza critica - l’italiano - lo stupore. Tre punti di vista: un giovane albanese, un barese, un bambino a testimoniare un evento che ha mutato per sempre la storia dell’immigrazione.
L’8 agosto 1991, nel porto di Bari, attracca la nave Vlora carica di ventimila albanesi. 20.000 persone che arrivano, in un sol colpo, sono un paese intero. E un paese intero non lo si può rispedire a casa come fosse un pacco mal recapitato. Da un lato le autorità governative che vogliono quei ventimila, rinchiusi, tutti insieme, nello stadio cittadino trasformato da luogo di incontro in anfiteatro di una assurda lotta per la sopravvivenza, mentre gli elicotteri controllano dall’alto. Dall’altro la comunità di Bari, che accoglie anche a suon di paste al forno e focacce raccolte tra le famiglie! Una vicenda esemplare che apre lo sguardo sul panorama politico europeo degli anni ‘90, sulle ferite ancora aperte. Questa storia ritrova oggi piena attualità. È una storia che parla di mare e di una nave presa d’assalto. È una storia di fuga e sogni. È una storia di desideri e pulsioni di libertà. È una storia che vive ancora sulla pelle di chi l’ha vissuta. È una storia di integrazione e incontro. È una storia intessuta di storie. È una storia che non è finita. Una storia che vuole ancora essere raccontata.

Spettacolo vincitore del Premio “Gigi Dall’Aglio” al Festival Teatrale di Resistenza, Reggio Emilia 2021.

La Nave Dolce, titolo dell’omonimo film di Daniele Vicari – Premio Pasinetti alla Mostra del cinema di Venezia 2012 – ci è stato gentilmente concesso dalla Indigo Film e dalla Apulia Film Commission, che ringraziamo.

Una produzione Tib Teatro

testo e regia Daniela Nicosia
interprete Massimiliano Di Corato
scene Bruno Soriato
aiuto regia Vassilij Gianmaria Mangheras
disegno luci e suono Paolo Pellicciari
scenotecnico Théo Longuemare

 


Foto di Massimo Bertoni


Foto di Luca Turi

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17 e 18 novembre 2021 - scuole primarie primo ciclo

Celestina e la luna

È estate. Siamo alla fine degli anni Cinquanta in un paesino di poche case nella campagna del Sud. Celestina, figlia unica, vive con i genitori, tra gli adulti. Il solo contatto con la città e la modernità è una radio a valvole che manda della musica meravigliosa e il sogno dell’America. Celestina ha un’immaginazione senza confini, sempre persa dietro progetti visionari o imprese ai limiti dell’impossibile. Ma le sue doti così speciali le costano tanta solitudine e le prese in giro anche pesanti degli altri ragazzini. Per fortuna a farle compagnia c’è Amie, l’amica immaginaria che la assiste in ogni impresa.
La sua ultima fissazione è la Luna: mesi di calcoli e disegni dimostrano che lo spazio è a portata di mano e andare sulla Luna un gioco da ragazzi. Anzi… da ragazze!
Così Celestina parte da sola per raggiungere la città lontana e l’Accademia delle Scienze dove sogna di presentare il suo grande progetto. Ma la strada è lunga e sul suo cammino Celestina farà nuovi incontri e nuove esperienze.
Celestina compie veramente il suo viaggio verso la città e l’Accademia delle Scienze? Incontra veramente quegli strani personaggi? Oppure sogna, tranquillamente addormentata nella sua stanza? Di certo le qualità e gli strumenti necessari ad affrontare le difficoltà che incontra sono reali e diventeranno un prezioso bagaglio per la sua crescita, rendendola consapevole dei propri mezzi e della propria identità.

Una produzione CREST

drammaturgia Damiano Nirchio
regia Damiano Nirchio e Anna de Giorgio
con Anna Moscatelli/Maristella Tanzi e Anna de Giorgio/Amalia Franco
scene Bruno Soriato
costumi Maria Martinese
maschere Amalia Franco

 




Foto di Carla Molinari

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22, 23, 24, 25 novembre 2021 - scuole primarie secondo ciclo e secondarie di primo grado

Alberto Manzi: storia di un maestro

Educazione potrebbe semplicemente significare:
abitudine a osservare, riflettere, discutere, ascoltare, capire […].
Detto più semplicemente, prendere l’abitudine a pensare.
Alberto Manzi

Il maestro è una figura fondamentale della società democratica: l’esperienza di Alberto Manzi attesta come alfabetizzare sia emancipare, sia espressione di un futuro che include, che mette a frutto i talenti dei suoi cittadini, rispettandone diritti e doveri.
Lo spettacolo ripercorre la biografia di Alberto Manzi dal primo dopoguerra, nel carcere minorile Aristide Gabelli di Roma, agli anni ’70 in Sud America con gli Indios, passando dall’insegnamento per adulti in Tv con la celebre trasmissione Non è mai troppo tardi, tutte esperienze mosse dalla convinzione che alfabetizzare sia aiutare ad evadere dal carcere dell’ignoranza che genera violenza, modelli autoritari, emarginazione sociale.
Educare al piacere del pensiero, questa in sintesi la pedagogia di Manzi, che per tutta la vita considerò il suo ruolo quale mediatore di saperi trasmessi attraverso l’interrogarsi sulle cose, l’esprimere senza timore le proprie opinioni, idee, cognizioni e da esse dedurre significati, insegnamenti, conoscenza, secondo un metodo rigorosamente scientifico nell’approccio, estremamente creativo nei modi.
“Non sai scrivere? Vieni qui, facciamolo insieme, vedrai che è facile.” Un invito garbato e gentile che vale per i bambini, gli indios, gli extracomunitari, gli analfabeti adulti, perché non è mai così facile, e non è mai troppo tardi per imparare a leggere e scrivere la vita.
Alberto Manzi è considerato l’inventore, negli anni ‘60, della didattica a distanza. La DAD rispondeva allora ad un’emergenza sociale: l’analfabetismo. Oggi risponde ad un’altra emergenza sociale: la pandemia. La differenza sta nei modi: lui faceva didattica a distanza tenendo sempre viva al di là dello schermo la tensione cognitiva. Così due milioni di analfabeti adulti presero la licenza elementare.

Una produzione Tib Teatro

testo e regia Daniela Nicosia
con Marco Continanza e Massimiliano Di Corato
immagini video Mirto Baliani
scene Bruno Soriato
luci e suono Paolo Pellicciari

 




Foto di Alberto Bogo

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24, 25 e 26 gennaio 2022 - scuole dell'infanzia e primarie

L'albero di Pepe

Pepe è una bambina cui sembra essere caduto il pepe sui piedi: non riesce a stare ferma un attimo! Nella sua famiglia non ha più voglia di stare: troppo caos e nessuno che la consideri! Così, un giorno, a pranzo, davanti a un piatto di lumache da finire a forza, decide di scappare di casa. Dopo una difficile fuga, si ritrova davanti ad un grande albero, si arrampica sulle sue fronde e... decide di non scendere più!
Sull'albero Pepe sperimenta per la prima volta la libertà. Saranno i simpatici abitanti dell'albero ad aiutarla a superare il freddo, la fame e le difficoltà, insegnandole a dare e ricevere. Con questa nuova consapevolezza Pepe sceglie di tornare a casa, ma la vita non sempre va come vogliamo noi, assurde ingiustizie possono attenderci dietro l’angolo e nel tempo che Pepe ha trascorso sull’albero è improvvisamente scoppiata una guerra con cui dovrà fare i conti, conquistando nuove e inimmaginabili tappe per la sua crescita!
Una favola contemporanea e senza tempo che parla della convivenza dell’uomo con la natura, della difficile integrazione del mondo adulto con quello dell'infanzia, dell'anarchica saggezza dei bambini e delle prove da affrontare per diventare grandi.

Una produzione Associazione Teatro Giovani Teatro Pirata

drammaturgia e Regia Simone Guerro
con Michele Battistella e Silvia Paglioni
scenografia Frediano Brandetti
aiuto regia Arianna Baldini
supervisione artistica Gianfrancesco Mattioni
musiche originali Simone Guerro

 


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16 e 17 febbraio 2022 - scuole secondarie di primo e secondo grado

il minotauro

Il progetto che Maria Maglietta ed io abbiamo sviluppato, con l’intervento musicale di Mirto Baliani, nasce dall’intento di affrontare il tema della diversità in una forma archetipa. Per questo ci siamo rivolti a una figura mitologica come il Minotauro.”

Roberto Anglisani

 

Comprendere il mito è accettare il mistero, il divino, il senso del sacro e, quindi, l’esperienza estetica, poetica, irrazionale, che esso genera. Lo spettacolo, prendendo le mosse dall’omonimo racconto di Dürrenmatt e da quello di Borges Asterione, mette in evidenza la solitudine del diverso, il suo desiderio di incontro con l’altro, la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia e l’altrui sguardo discriminante, in un gioco di specchi che trasforma significato e significante, così che la prigione diviene rifugio e il rifugio luogo di morte: umanissima si staglia la figura del mostro, di struggente tenerezza.
Dürrenmatt rinchiude il Minotauro in un labirinto di specchi creando così per lui una finta moltitudine di minotauri che lo circondano, ma che non sono altro che immagini rispecchiate di lui stesso. I minotauri specchiati danno al Minotauro la sensazione di non essere solo, ma sono così uguali a lui che lo fanno sentire ancora più solo. Quando arriva Teseo travestito da Minotauro, allora il Minotauro si accorge di avere davanti un diverso da sé. Per la felicità comincia a danzare, ma quando si butta a braccia aperte verso l’altro, proprio in quel momento Teseo lo pugnala alle spalle.
Nel racconto di Borges viene descritta la reazione della gente alla vista del Minotauro che è uscito dal labirinto e cammina nel paese. Le reazioni sono così violente e discriminanti che il Minotauro torna a rifugiarsi nella sua prigione, Il labirinto, creato per difendere gli uomini dal Minotauro e per difendere il Minotauro dagli uomini.
Il drammaturgo Gaetano Colella ha immaginato un incontro tra il Minotauro e Icaro ragazzino. I due si incontrano grazie ad un pallone lanciato per sbaglio nel labirinto da Icaro che andrà a recuperarlo e lì vedrà per la prima volta “Il Mostro” di cui tutti hanno paura. Ma Icaro non fugge e piano piano conosce quell’essere rinchiuso, ascolta i suoi racconti e ne diventa amico fino a tentare di difenderlo da Teseo che è venuto per ucciderlo. Non ci riuscirà e non gli resterà altro che difendere il suo amico in un discorso alla città di Creta che non ha saputo ascoltare e quindi non ha potuto conoscere e di conseguenza amare uno dei suoi figli: il Minotauro.

Una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG

di Gaetano Colella
con Roberto Anglisani
regia Maria Maglietta
musiche Mirto Baliani





Foto di Luca A. D'Agostino